La bottega di Augustin è un luogo sospeso nel tempo.
Scalpelli, polvere, legno e pietra si dispongono secondo un ordine invisibile, come mossi da una quieta armonia. Guardandolo lavorare, si comprende subito che lì non si tratta solo di “fare”, ma di meditare: ogni gesto è preciso ma non rigido, fluido pur dentro un movimento continuo.
Qualche settimana fa, al Festival della Filosofia, si è parlato del caos che attraversa la nostra società — un flusso incessante di stimoli, sollecitazioni e cambiamenti — e della necessità di ritrovare equilibrio in questo movimento costante.
In quel contesto è riemerso un termine antico, quasi dimenticato: la virtù aristotelica.
Per Aristotele, la virtù è una disposizione stabile del carattere che ci permette di agire con misura, evitando tanto l’eccesso quanto il difetto. Non è innata, ma si costruisce nel tempo, attraverso l’esercizio e l’abitudine.
In un mondo di pressioni e instabilità, la virtù diventa un centro di gravità morale: non una fuga dal caos, ma un punto d’equilibrio che consente di restare saldi pur nel movimento.
Osservando Augustin scolpire, questa idea prende forma concreta: non c’è caos nella materia grezza, né rigidità nella forma già data, ma una ricerca costante di armonia tra forza e delicatezza, sacro e quotidiano, movimento e quiete.
La sua arte non rappresenta soltanto figure: racconta una pratica di equilibrio.
Un equilibrio che non si conquista una volta per tutte, ma si sceglie e si rinnova ogni giorno.

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